Relazione introduttiva del 1° Congresso nazionale di Sinistra Anticapitalista

Chianciano, 29-31 gennaio 2016

Compagne e compagni,

il congresso che ci apprestiamo a concludere abbiamo voluto definirlo come “primo congresso”. Questa definizione potrebbe far pensare ad un percorso che inizia. Ma, come è noto a tutte e tutti noi, non è affatto così. La nostra storia, le nostre storie sono lunghe e hanno attraversato molte stagioni, alcune delle quali, come quella evocata dal film che abbiamo appena proiettato, emozionanti e travolgenti.

No, abbiamo voluto definire Primo questo congresso per sottolineare la necessità di mettere a tema nella discussione una necessaria riprogettazione, in una fase del tutto nuova, di un disegno, quello anticapitalistico, comunista, libertario, rivoluzionario, che ha conosciuto nella storia poche vittorie e molte sconfitte, ma che resta per noi l’unica risposta difficilissima ma realistica alle difficoltà dell’oggi.

Un’ottantina di anni fa, alla fine degli anni Trenta del Novecento, Victor Serge definì quel periodo “la mezzanotte del secolo”, alludendo così alla drammatica oscurità che avvolgeva ogni prospettiva di liberazione, ma anche alla speranza, alla certezza di una nuova alba che si sarebbe delineata all’orizzonte.

Non ci sentiamo di richiamare qui quella locuzione, perché le sconfitte che si sono accumulate su di noi ci sembrano, perlomeno ancora, senza paragone con quelle della prima metà del secolo scorso, ma anche perché, occorre esserne consapevoli, la speranza di una nuova alba è forze ancora più difficile da immaginare di quanto lo fosse allora.

Resta che nodo centrale del nostro congresso è stato quello di fare un bagno di verità. Qualche compagno ha fatto notare come l’analisi impietosa della situazione che attraversiamo e che costituisce parte rilevante del documento e di tutto il nostro materiale congressuale possa avere un effetto ulteriormente depressivo sulla volontà militante, già messa alla prova da una situazione estremamente difficile.

Ma il punto è proprio qui. Lo spirito militante, in questa epoca, non può basarsi su narrazioni, come si dice oggi, che attenuino la pesantezza degli arretramenti, sia sul piano strutturale, quello delle conquiste cancellate, dei diritti infranti, del pesante peggioramento delle condizioni di vita, sia sul piano della coscienza sociale, sempre più circoscritta a poche e isolate avanguardie e segnata dalla perdita di ogni identità collettiva, sia sul piano della politica, dove la posta in gioco sembra oramai ridotta all’alternanza fra uguali. Noi riteniamo, al contrario, che lo spirito militante, che chiediamo a noi stessi, che chiediamo ai nostri militanti, debba basarsi sulla più piena consapevolezza della dimensione di quanto è accaduto e di quanto sta accadendo in questi anni e oggi, sulla profondità della sconfitta, sulla difficoltà di ritrovare la via.

Assistiamo ormai da anni ad una coazione a ripetere che ci sembra assurda.

Sul piano economico, le classi dominanti, nonostante i pessimi risultati sociali delle politiche monetaristiche e liberistiche, continuano imperterrite ad applicare le stesse ricette, se possibile perfino ad appesantirle ancora di più.

Sul piano militare, nonostante che la politica della guerra permanente inaugurata 25 anni fa con la prima guerra del golfo abbia solo resuscitato un terrorismo fanatico e sia completamente fallita nella sua pretesa di “esportare la democrazia”, le borghesie imperialiste si accaniscono sempre più nella azione bellica.

Sul piano delle libertà, nonostante la caduta verticale della partecipazione politica, si approfondisce la risposta autoritaria e antidemocratica.

I clamorosi e ripetuti fallimenti di queste politiche inducono parti significative della sinistra a sperare che qualche settore delle classi dominanti cominci ad interrogarsi sulla loro validità, sulla possibilità di imboccare strade diverse, sulla necessità di rispolverare politiche espansive e di compromesso sociale.

Noi pensiamo, e questo è un altro nodo del nostro congresso, che questa speranza sia totalmente infondata e costituisca, questa sì, un’illusione preludio di pesanti disincanti.

Le classi dominanti insistono nelle politiche che noi riteniamo fallimentari per il semplice motivo che loro non le considerano affatto fallimentari. Sul piano economico, le ricchezze si sono concentrate in maniera inedita e le diseguaglianze economiche sono cresciute esponenzialmente, raggiungendo livelli mai toccati nella storia umana. Sul piano militare, il commercio di armi, sempre più potenti, più sofisticate e più costose, è diventato più che mai un fattore cruciale del mercato. Ogni politica di utilizzo delle risorse per sanare le aberranti ingiustizie planetarie create dall’Occidente nei secoli costituirebbe per loro un improduttivo dispendio di risorse. E poi, gli squilibri geopolitici che si sono creati negli ultimi decenni spingono tutte le grandi potenze ad incrementare il proprio impegno militare, se non altro come risorsa estrema a tutela dei propri interessi. E sul piano democratico, solo degli inguaribili ottimisti possono ritenere che la borghesia del tardo capitalismo possa essere interessata a mantenere i livelli di partecipazione popolare alla politica propri di un’altra epoca.

Pensare che nel 21° secolo possano esistere settori significativi delle classi dominanti interessati a svolgere un ruolo seppur minimo di sviluppo sociale e democratico, interessati alla difesa della pace e della cooperazione tra i popoli significa non aver capito la vera natura del capitalismo né la tragica miopia di una classe, quella borghese, storicamente e unicamente interessata solo difesa del proprio tornaconto.

D’altra parte, la cecità e il disinteresse della borghesia rispetto al futuro del mondo appaiono lampanti considerando il brutale sfruttamento dell’ambiente perpetrato all’insegna della primazia del massimo profitto. La devastazione di vaste aree del mondo, il surriscaldamento del pianeta, il massiccio uso di agenti pesantemente inquinanti nell’agrobusiness e nell’industria manifatturiera, il diffondersi delle manipolazioni genetiche, la cocciuta ricerca dell’alternativa nucleare dimostrano l’incompatibilità del capitalismo e delle sue logiche con la sopravvivenza della specie e del pianeta. Incompatibilità con la sopravvivenza, in prospettiva, ma già oggi incompatibilità con ogni idea di giustizia sociale e di democrazia.

In particolare, le classi dominanti, in tutti i paesi, si sono concentrate nella distruzione sistematica delle conquiste del mondo del lavoro, di tutte quelle misure (costituzionali, legislative, giuridiche, sindacali) poste a tutela degli interessi minimi di chi deve vendere la propria forza fisica e intellettuale per poter sopravvivere. Qui in Italia, dove forse le conquiste erano state più significative e più concentrate nel tempo, l’attacco è stato particolarmente violento. Gli ultimi tre governi, ma su un terreno arato in decenni di logoramento, sono riusciti a dare un colpo decisivo alla scuola pubblica, allo Statuto dei lavoratori, al sistema previdenziale, al valore del contratto nazionale, e si apprestano ad assestarne altri, altrettanto brutali al diritto di sciopero, alla sanità pubblica…

Il governo Monti e il governo Renzi, certo, hanno avuto una funzione cruciale in questa opera demolitoria. E, chi è affezionato all’idea di centrosinistra indica come questi governi siano governi lontani da quelle idee. Ma non si deve dimenticare come queste misure siano tutte state preparate da governi e ministri di centrosinistra doc. O da accordi sindacali interconfederali.

La lunga storia della demolizione del sistema previdenziale si è inaugurata con l’accordo confederale del 1995 con il governo Dini sul nuovo sistema contributivo e sull’apertura del mercato delle pensioni integrative. Protagonista di quell’accordo fu Sergio Cofferati, oggi diventato icona vivente della sinistra italiana. Il percorso di privatizzazione della scuola pubblica iniziò durante il ministero Berlinguer, cognome che richiama un’altra ancor più sacra icona della sinistra. Il primo colpo all’articolo 18 è stato inferto nel 2012 sulla base dell’emendamento predisposto da Cesare Damiano, esponente di punta della sinistra PD. Quanto al diritto di sciopero, non si può non ricordare l’accordo sindacale del 1990 che ha aperto la strada alla legge 146 e che ha istituito la famigerata Commissione di garanzia, oggi protagonista di gravi e ripetute dichiarazioni contro i lavoratori. E se la sanità pubblica conquistata nel 1978 può oggi essere così facilmente colpita e ridimensionata è grazie ai processi di aziendalizzazione avviati nel 1999 con il decreto Bindi, altro nome cult del centrosinistra. Così come la “chiamata numerica” che garantiva ai disoccupati una sufficiente oggettività nella ricerca di un posto di lavoro sia stata cancellata da una riforma del governo D’Alema, un altro personaggio, magari molto meno amato ma che pretende anche lui di dettare ricette per una sinistra all’altezza della situazione.

Un altro nodo che abbiamo voluto evidenziare nel congresso è il fatto che quello che abbiamo di fronte non è una versione aberrante del capitalismo, un impazzimento di un sistema ingiusto ma dotato di una certa razionalità autocorrettiva.

I Chicago Boys che negli anni 70 del secolo scorso hanno elaborato le proposte poi definite neoliberali, che ne hanno sostenuto la sperimentazione nel Cile di Pinochet, e che poi attraverso Magareth Thatcher e Ronald Reagan le hanno fatte diventare pratica di gestione del sistema a livello planetario, non hanno inventato niente. Hanno solo sostenuto, purtroppo con un devastante successo, che la crisi ormai evidente del modello burocratico dei paesi “collettivistici” e il progressivo indebolimento del movimento operaio dei principali paesi occidentali rendevano possibile il sogno del capitale: quello di tentare di chiudere definitivamente la parentesi del compromesso sociale, parentesi inaugurata tra le due guerre per evitare la rivoluzione e, in qualche modo, istituzionalizzata, in particolare in Europa nel secondo dopoguerra e nei decenni seguenti.

Dunque, quello che sta imponendosi in Italia e in tutto il mondo non è una degenerazione del capitalismo, ma piuttosto il capitalismo tout court, il capitalismo liberato dai “lacci e lacciuoli” impostigli da un movimento operaio forte e da  faticosi equilibri geostrategici.

Le vittorie del capitalismo non significano che non esistano contraddizioni pesanti nella sua politica. Peraltro, un po’ dovunque in Europa il consenso popolare verso le scelte neoliberali tende a scemare.

Purtroppo, nel contesto di pesante involuzione dei livelli di coscienza, che abbiamo voluto descrivere con puntiglio nel documento congressuale, gran parte del disagio non si coagula socialmente ma anzi si esprime nella crescita delle pulsioni egoistiche, nazionaliste, con un senso di appartenenza sociale che declina e si trasforma in ripiegamento identitario visto come antidoto ai poteri europei transnazionali e, sul piano politico, il disagio si riversa nella crescita del consenso alle formazioni di destra, scioviniste e, molto spesso, razziste e fasciste. In alcuni paesi europei, in particolare nell’ex blocco dell’Est, queste formazioni sono cresciute fino a conquistare il governo o si apprestano a farlo.

Nella migliore delle ipotesi, le pulsioni di un generico rifiuto dei diktat comunitari, non supportate da adeguate mobilitazioni sociali, si coagulano nella crescita di formazioni populiste o qualunquiste, che incanalano il malcontento verso bersagli fasulli, come l’euro o la casta o peggio ancora i migranti, ma che, in fin dei conti, rischiano di spianare la strada alla destra più genuina.

Solo in alcuni paesi, soprattutto in quelli che hanno avuto esperienza di mobilitazioni sociali recenti o ancora in corso, il rifiuto delle politiche antipopolari si traduce nella costruzione di ipotesi caratterizzate a sinistra, come è avvenuto in Grecia, come sta avvenendo in Spagna o in Portogallo.

Non vogliamo qui entrare nel merito specifico delle vicende dei singoli paesi, delle interlocuzioni in corso tra le formazioni della sinistra radicale e i partiti tradizionali, in particolare quelli socialisti. Su alcuni nodi della situazione internazionale, peraltro, interverrà più ampiamente il compagno Gippo. E’ certo però che, seppure nel modo frammentario e spurio necessariamente indotto dalle sconfitte accumulatesi, l’esperienza di questi paesi indica come tante potenzialità di lotta siano presenti.

D’altra parte, anche in Italia il successo dello sciopero generale del dicembre 2014, le mobilitazioni isolate ma importanti delle aziende in crisi, la primavera degli insegnanti, le lotte contro le trivellazioni o contro il MUOS, la tenuta del movimento No TAV stanno a dimostrare l’esistenza di disponibilità sociali importanti per una lotta che faccia fronte all’offensiva padronale.

Ma qui occorre denunciare la irresponsabile scelta delle direzioni confederali di non voler mai andare oltre l’iniziativa testimoniale, utile a reggere sul piano della tenuta organizzativa ma inutile sul piano sostanziale della difesa degli interessi della classe lavoratrice.

E’ qui un ulteriore punto cruciale della nostra analisi e della nostra linea politica. La responsabilità di quanto sta avvenendo ai diritti e alle conquiste non può essere solo ascritta alla perfidia del governo Renzi e del suo partito. Abbiamo già detto delle responsabilità che hanno anche quei frammenti della cosiddetta sinistra moderata che pure si sono differenziati da Renzi e dalla sua cricca di potere, alcuni dei quali oggi cercano di presentarsi come paladini dei diritti sociali e punto di riferimento per la ricostruzione di una sinistra. Ma c’è un’altra responsabilità che non si può rimuovere, che pesa come un macigno sulle spalle delle direzioni sindacali maggioritarie. E’ il bilancio fallimentare di  chi ha lasciato schiacciare conquiste fondamentali del mondo del lavoro e della società.

E ricordiamo il bilancio fallimentare delle direzioni confederali non per fare un excursus sindacale improprio in un dibattito che vuole essere politico come quello del nostro congresso. No, lo ricordiamo perché ha una forte valenza politica. Perché è uno dei tratti caratterizzanti della sinistra che occorrerebbe e occorre costruire per tentare di ridare un ruolo protagonista alla classe lavoratrice e alle sue lotte.

Per questo, uno dei punti più deboli dei balbettii di una nuova sinistra nel nostro paese sta proprio nel rapporto tra queste prove di nuova sinistra e la linea dei sindacati maggioritari, naturalmente della Cgil in primo luogo. Oggi non può esistere una vera sinistra che non sia drasticamente critica nei confronti della linea rinunciataria degli apparati confederali, che non si impegni con coraggio per cambiarla radicalmente, con la battaglia interna o con la critica esterna, che non costruisca lotte indipendentemente e contro le scelte dei gruppi burocratici che dirigono le organizzazioni sindacali confederali.

Sì, indipendentemente e contro. Come non denunciare duramente, ad esempio, quanto accaduto pochi giorni fa a Padova, quando si è costituita una santa alleanza contro le “mobilitazioni selvagge” composta da Cgil, Cisl, Uil, regione Veneto, provincia, e dalle principali società della logistica? O come non indicare lo scandalo di una manifestazione dei lavoratori della Bormioli organizzata dalla Cgil di Fidenza contro i facchini della cooperativa a cui è appaltata la logistica di quell’azienda.

Si tratta della stessa Cgil che per imbiancare il sepolcro e per cercare di mantenere una qualche differenziazione dalla Cisl, proprio in questi giorni organizza una raccolta di firme sulla proposta di nuovi diritti del mondo del lavoro. Con che coerenza? Con che faccia?

E anche sul fronte dei metalmeccanici la situazione non è più rosea. La stagione nella quale la Fiom ha svolto un fondamentale ruolo di coagulazione della protesta sociale fino ad arrivare alle giornate di Pomigliano e di Mirafiori del 2010/2011 è una stagione largamente tramontata. Allora una vera coalizione sociale si stava costruendo attorno alla Fiom, alla sua storia e alle sue lotte dell’oggi, inaugurate con la partecipazione alle manifestazioni del luglio 2001 a Genova. La “coalizione sociale” che oggi si persegue è una delle tante aggregazioni di ceto politico (politico partitico, politico sindacale o politico di movimento…) del tutto ininfluente sul piano delle lotte e del conflitto.

E come non ricordare, come abbiamo riportato sul sito, la vergognosa presa di distanza che il gruppo dirigente della Fiom ha manifestato rispetto alla coraggiosa lotta indetta dalle sue stesse RSA negli stabilimenti meridionali della FCA contro i sabati e le domeniche obbligatori imposti da Marchionne?

Dobbiamo dirlo francamente a tutte quelle formazioni della sinistra, e in primo luogo alle compagne e ai compagni di Rifondazione, a tutti quei compagni che giustamente (e, occorre dirlo, finalmente, ma meglio tardi che mai…) vedono come impraticabile ogni ipotesi di alleanza con il PD. Ma che pensano di coltivare una relazione di collateralismo con la Cgil e con la Fiom, magari sperando in una qualche positiva ricaduta elettorale.

Invece, per noi, la nuova coscienza di classe che occorre ricostruire non può prescindere da una severa e impietosa critica della linea politica e sindacale degli apparati confederali e, oggi, anche della Fiom. La costruzione di ogni valida alternativa politica alla crisi della sinistra non può prescindere da una battaglia, parallela anche sul piano sociale, per la creazione di uno schieramento di convergenza e, sul piano più strettamente sindacale, per un’azione alternativa unitaria e di classe alle burocrazie.

Sembra una sottolineatura pedante, di fronte alla dimensione schiacciante del vuoto politico a sinistra, nell’attuale panorama partitico. Ma per noi, e abbiamo da dire con una certa presunzione, obiettivamente, pensare di poter colmare il vuoto politico senza porsi contemporaneamente il compito di ricostruire le mobilitazioni, rappresenta nel modo più plastico proprio quel elettoralismo e quel istituzionalismo che ha già fatto molti danni alla sinistra. E, vogliamo dire che ciò che c’è da ricostruire non sono solo le lotte, ciò che manca drammaticamente nel nostro paese è un barlume anche minimo di soggettività politica della classe. Il problema politico non è quello di “dare una rappresentanza istituzionale ai lavoratori” che non l’hanno più da troppi anni. Una presenza istituzionale senza lotte nella società a che serve?

Peraltro, la situazione estremamente negativa è tutt’altro che statica. Basta dare uno sguardo a quanto sta avvenendo in economia per capire che nuovi sussulti si preparano e che, se non adeguatamente affrontati, faranno cadere altre piogge di pietre sulle lavoratrici e sui lavoratori e sul complesso delle classi popolari.

La crisi che si sta delineando in Cina e in altri paesi esportatori, ma che nel recente passato sono diventati anche un fondamentale mercato per il commercio internazionale, i conflitti tra le monete, l’andamento del prezzo del petrolio che mette in difficoltà gli Stati uniti ma anche alcune economie che costituiscono fondamentali sbocchi di mercato per l’economia mondiale, la precarietà del settore bancario, solo per citare alcuni dei fattori che fanno prevedere gravi instabilità dell’economia mondiale.

In particolare per l’Italia, le insistenti rassicurazioni sulla tenuta del sistema bancario generano ancora più allarme, per chi sa come l’accumulo di quelle che vengono definite sofferenze abbia raggiunto livelli difficilmente risolvibili con i sistemi usuali. E questo viene a collocarsi in un mondo e, soprattutto in un’Italia che ha tutt’altro che superato la crisi del 2007-2008. Quindi è possibile una nuova crisi non dopo un seppur breve periodo di ripresa ma che viene a sommarsi a quella precedente, con devastanti effetti sulla struttura economico e dunque sull’assetto sociale.

E una congiuntura così, con un tessuto sociale così logorato, in assenza di una sinistra politica e sindacale degna di questo nome rischia solo di rendere ancora più difficile tutto.

Oggi la natura dell’Unione europea, già ampiamente evidente nelle sue politiche sociali interne, si rivela ancor più palesemente di fronte all’emergenza profughi. Sono comparsi in questi mesi lugubri riedizioni di muri o di barriere spinate. Dopo aver devastato il Medio oriente con la propria politica guerrafondaia e neocoloniale, oggi i paesi dell’Unione si palleggiano le quote di profughi da accogliere, rispolverando perfino il sequestro degli averi di chi chiede asilo, i pochi soldi racimolati e trascinati con sé in migliaia di chilometri di peregrinazioni.

La polemica di questi giorni sulla “sospensione del trattato di Schengen” è totalmente fuorviante. La crisi dell’accordo sulla cosiddetta “libera circolazione” indica solo la profondità della crisi dell’Unione. Il problema che occorrerebbe affrontare è quello delle frontiere esterne della UE, frontiere che ancora oggi e sempre più chi scappa da guerra, fame, oppressione può attraversare solo affidandosi alle mafie dei trafficanti e mettendo a repentaglio la propria vita.

Per questo il logo del nostro primo congresso richiama il cuneo rosso di Lissitzky che in questo caso non è chiamato a spezzare le armate bianche dei controrivoluzionari, ma il filo stellato e spinato della fortezza dell’Unione europea. E’ questo per noi un motivo in più per affermare nel nostro documento congressuale che: “la UE deve essere considerata, alla stregua degli stati nazionali, uno strumento della classe dominante e dunque da abbattere”, non riformabile.

Questo però non ci fa iscrivere al variegato partito degli “euroscettici”. Il desiderio di tornare alle frontiere nazionali è per noi una visione nostalgica e, dunque, potenzialmente reazionaria, tanto più nel momento in cui gli straordinari movimenti migratori che conosciamo mettono in discussione, con i corpi che premono sui fili spinati proprio quelle frontiere.

E non si tratta solo di immigrazione. In questi mesi si sono consolidate di nuovo le pulsioni belliciste delle classi dominanti europee. Nonostante tutti i fallimenti delle recenti campagne militari, soprattutto nel Medio Oriente, si è aperta una nuova fase di alimento reciproco tra il fondamentalismo reazionario e l’interventismo imperialista o neoimperiale.

Questa nuova tendenza alla guerra coglie del tutto impreparate le sinistre europee, divise tra chi si allinea con le scelte belliciste della propria borghesia, reinscenando, per l’ennesima volta il 4 agosto 1914, e chi si industria a cercare campi con i quali schierarsi. Oltre questo recinto sembra ci sia posto solo per balbettitii impotenti. E’ il frutto della sconfitta silenziosa che ha segnato giusto 10 anni fa lo straordinario movimento per la pace dei primi anni 2000, quando volle riporre le proprie aspirazioni radicalmente “senza se e senza ma…” e affidare il tutto alle promesse di pace del governo Prodi.

Il clima bellico pesa anche sulla situazione interna, con la pesante e diffusa presenza di mezzi militari in ogni punto ritenuto “sensibile”, una presenza che rassicura l’opinione pubblica, e che punta a far ritenere utili e indispensabili apparati e spese militari che hanno il solo effetto di sottrarre ulteriori risorse alla spesa sociale. Senza dimenticare che in Francia, gli avvenimenti di novembre hanno offerto alle classi dominanti e al governo Hollande-Valls un pretesto d’oro per imprimere una gravissima torsione autoritaria ad uno dei paesi chiave del continente. Torsione autoritaria che ha trovato il sostegno sostanzialmente di tutto lo schieramento politico transalpino.

Abbiamo voluto, fin qui sottolineare alcuni dei tratti rilevanti della situazione storica in cui si colloca il nostro congresso.

Le involuzioni della sinistra del nostro paese, l’ulteriore smottamento verso il riformismo e il moderatismo che si è prodotto in questi ultimi anni, il risveglio del togliattismo e dello stesso stalinismo, incautamente ritenuti antidoti al moderatismo, il neocampismo di chi ricerca più che mai disperatamente un paese modello, un campo amico, la fuga nelle isole presuntamente liberate dell’attivismo sociale: sono tutti fenomeni che accentuano il nostro isolamento, che fanno apparire sempre più controcorrente le nostre opzioni generali.

Ma noi pensiamo al contrario che questo isolamento, l’ulteriore involuzione della sinistra che si sta producendo in questo periodo rende ancora più necessaria, più determinante della nostra organizzazione, anticapitalista e rivoluzionaria. Per dare a chi svolge utilmente un’attività sociale un quadro di riferimento strategico e programmatico, per avere uno strumento politico che favorisca la costruzione delle lotte e dei movimenti, che consenta di non affrontare politicamente impreparati le nuove lotte che potrebbero prodursi in una situazione nuova.

Abbiamo detto e ribadiamo: asse centrale della nostra azione è la ricerca della massima unità sul piano sociale e su quello politico. Ecco perché riteniamo importante e utile la Rete antiliberista e anticapitalista che, con altre e altri compagni, abbiamo iniziato a costruire in questi mesi. E’ uno strumento prezioso che può aiutare a non far sentire soli e ad aggregare, seppure su un terreno iniziale, tutte e tutti coloro che non si sentono rappresentati dalle principali opzioni in campo, né da quella neoriformista, ampiamente compromessa dalla sua storia di accordi e cedimenti nei confronti del socialiberismo, né da quella neocampista, invischiata con ingombranti e spesso impresentabili “amici”, né da quella movimentista presuntamente a politica ma troppo spesso subalterna alla Fiom. La Rete anticapitalista è uno strumento che intendiamo far vivere e sviluppare per frenare lo scivolamento a destra, per smarcarsi collettivamente, e non in modo settario, dal moderatismo evidenziatosi nel dibattito sulle vicende greche. Ne vediamo i limiti ma intendiamo agire assieme agli altri interlocutori per ridurli e superarli.

Ma la nostra ispirazione unitaria non può farci trascurare il fatto che oggi non esiste nessuna possibilità di convergenza programmatica né di ricomposizione organizzativa. Al peso schiacciante del fallimento dell’esperienza di Rifondazione comunista si è aggiunto ora il macigno prodotto dalla vicenda di Syriza.

A due anni dall’assemblea fondativa che, dopo la conclusione dell’esperienza di Sinistra Critica, ha decretato la sopravvivenza nel nostro paese (leggo dalla mozione conclusiva dell’assemblea di Chianciano del settembre 2013) di “una organizzazione politica comunista, femminista, ecologista e internazionalista che lavorerà per promuovere le lotte contro ogni forma di sfruttamento, di oppressione, di dominazione sulle persone e sulla natura”, noi dunque riteniamo centrale che questo 1° congresso debba concentrare i propri sforzi anche su un tema troppo trascurato nei 16 anni della nostra vita e della nostra battaglia in Rifondazione comunista, ma anche nella breve vita autonoma di Sinistra Critica, e cioè sulla complessità della costruzione di un’organizzazione indipendente, soprattutto quando l’organizzazione da costruire è fragile, con risorse economiche e organizzative minuscole, e quando si muove nel contesto maledettamente negativo che abbiamo cercato di descrivere.

E’ questo il motivo per il quale abbiamo dato rilievo nel congresso (forse inusualmente) ad un documento organizzativo che riteniamo tutt’altro che accessorio rispetto alla nostra proposta politica.

Il nostro dibattito congressuale è stato contrassegnato da un diffuso accordo con il documento politico predisposto dal Coordinamento nazionale uscente; i contributi, le stesse proposte di emendamento non hanno rivelato dissensi politici rilevanti. Il dibattito nei congressi provinciali o regionali è stato ricco e proficuo. Se un’insufficienza nel dibattito congressuale c’è stata è stata forse quella di un’attenzione ancora insufficiente rispetto al documento organizzativo. Di una sorta di pudore di affrontare con lo spessore di una discussione congressuale tematiche ingiustamente ritenute secondarie di fronte alla politica politica.

No. Discutere delle difficoltà che si incontrano quando si cerca di convincere un giovane alla utilità della militanza o quando si cerca di incitare un compagno deluso da tante esperienze a riprendere a militare è una discussione pienamente politica, così come analizzare quale sia la concreta struttura organizzativa più efficace per affrontare una fase così drammaticamente difficile è fare analisi politica. Quando si discute di come sostenere finanziariamente, con quali strumenti di comunicazione, con quali campagne la nostra azione è fare una discussione politica, senza la quale la politica politica si riduce a pura riflessione teorica.

Questa è la discussione che abbiamo cercato di suscitare con il documento organizzativo, una discussione che verrà sviluppata tra l’altro nella riunione specifica sull’organizzazione di questo pomeriggio.

Un’altra discussione che vogliamo avviare con questo congresso è quella sulla rimessa a punto di un nostro profilo programmatico. Non a caso oggi nel pomeriggio, parallelamente a quella sull’organizzazione, si riunirà una commissione sul programma. Il compito è ambizioso. Le elaborazioni più recenti sul chi siamo e che cosa vogliamo sono state fatte nel 2007, al momento della separazione dal PRC. Riteniamo che quelle elaborazioni, che comunque rivendichiamo in pieno, siano però oramai largamente datate, in essa si evidenzia una fase ancora fortemente segnata da quello che fu il grande movimento altermondialista e dalla speranza di poter dare continuità in qualche modo al sogno ricompositivo di Rifondazione fuori Rifondazione. Vogliamo un programma nel quale la dimensione ecosocialista e tutte le altre dimensioni che pure richiamiamo nella nostra bandiera acquistino lo spessore di veri e propri elementi costitutivi e non solo identitari della nostra linea politica.

Sono questi, dunque, i motivi principali per i quali, sull’onda del dibattito che ha investito la sinistra europea sul terzo memorandum imposto alla Grecia nel luglio scorso, abbiamo intitolato il nostro documento politico “Anticapitalismo, il nostro piano A”.

Infatti in quel frangente si ipotizzò che il governo di sinistra greco fosse stato indebolito nella sua trattativa con i governanti degli altri paesi dell’Eurozona da non avere a disposizione un “Piano B”. La nostra valutazione fu più secca. Il problema non era l’esistenza o meno di un Piano B, né quale ne fosse la sostanza, ma piuttosto la natura fallimentare del suo Piano A, e cioè l’illusione di poter trovare all’interno del Gotha dei “poteri forti” europei orecchie attente ai bisogni sociali del popolo greco, l’illusione che qualcuno, nella Commissione europea, ritenesse la giustizia sociale prioritaria rispetto alla rapina di classe. Ed è finita come è finita. Con un governo Tsipras 2 che non è che l’ombra di quello che tante speranze, ma anche troppe illusioni, aveva acceso nella sinistra di tutta l’Europa.

Per ciò, e per sostenere le compagne e i compagni spagnoli nella loro difficile ma fondamentale battaglia dentro Podemos, sosteniamo, propagandiamo e parteciperemo all’appuntamento di Madrid del 19-21 febbraio “Un Piano B per l’Europa”, che vuole costruire una convergenza europea contro l’austerità e per la democrazia.

La vicenda greca, tra tutti i suoi insegnamenti, ha anche quello di spingerci a riflettere di nuovo su ragionamento ampiamente circolato in questi anni: si è più volte detto che gli arretramenti e le sconfitte, il carattere necessariamente difensivo della lotta ricollocava il discrimine politico e che era divenuto possibile costruire partiti, come appunto Syriza, che unissero gli anticapitalisti e i rivoluzionari con i riformisti coerenti e intransigenti. A questo proposito ci sentiamo di condividere a pieno ciò che scrive il compagno Antonis Ntavanellos, il dirigente di DEA, la Sinistra Operaia Internazionalista greca: “il dilemma strategico “riforme o rivoluzione” non è chiuso. Un dilemma che non concerne solo un passato (storico) o un futuro distante e lontano. Questa problematica definisce di fatto largamente anche la tattica, anche nei periodi in cui c’è necessità di riforme, è un discrimine ancor più decisivo nel corso dei periodi di sconvolgimenti politici generalizzati”.

Non si tratta di affermazioni autoproclamatorie né di dichiarazioni di autosufficienza, ma è per questo che DEA non ha mai accettato le pressioni di Tsipras e perfino di altri settori radicali di Syriza di sciogliersi. E’ per questo che vogliamo sempre più costruire Sinistra Anticapitalista.

Sinistra d’alternativa, maneggiare con cura

 La palese sconfitta sul piano sociale ed economico delle classi subalterne richiede delle contromisure in grado di ribaltare in prospettiva i rapporti di forza non solo sul piano economico sindacale e sociale, ma altresì sul piano politico. Da questo punto di vista non è più rinviabile l’esigenza di ricostruire in questo paese un blocco storico in grado di offrire un’alternativa di sinistra alle logiche liberiste che la crisi impone al modo di produzione capitalistico.

di Renato Caputo

Il processo costituente di una sinistra di alternativa, o di una sinistra tout court – considerata la mutazione genetica del Pd in un partito liberista – ha subito un’ennesima allarmante battuta di arresto. L’assenza di una significativa forza di sinistra di alternativa o semplicemente di sinistra fa sì che l’unica reale opposizione politica al governo liberista e neodemocristiano del Pd sia costituito da forze populiste da quelle più moderate di Grillo fino a quelle più radicali di Salvini e dei fascisti. È, dunque, indispensabile e non rinviabile la costituente di una opposizione di sinistra, che offra un’alternativa in senso socialista alle politiche neoliberiste di austerity, espressione dei poteri forti nazionali e internazionali, del governo Renzi-Alfano. Proprio perciò è altrettanto irrinunciabile e non ulteriormente procrastinabile una riflessione franca sui motivi di questo ennesimo e assolutamente incomprensibile, agli occhi dei ceti sociali subalterni, rinvio.

Per quanto apparentemente irrazionale questo ulteriore rinvio alle calende greche della costituente di una alternativa di sinistra ha una sua intrinseca logica, per quanto perversa possa apparire. Tale decisiva questione per la salvaguardia del salario, sempre più miserevole, e di orari e ritmi di lavoro sempre più massacranti e precari, continua a essere demandata a un ceto politico costituito in larga parte da generali privi di esercito o, peggio, con truppe mercenarie, frutto di logiche clientelari legate al terzo settore e al lavoro interinale appaltato alle cooperative. Tanto più che la possibilità stessa per tale ceto politico di intercettare un voto di opinione di sinistra, legato a logiche identitarie o espressione di un voto di protesta, è nei fatti, come dimostrano i sondaggi e le ormai decennali sconfitte, piuttosto modesta. Tale ceto politico è non solo segnato da troppe ripetute sconfitte, ma è in parte preponderante costituito da personale politico orfano dei precedenti governi social-liberisti di “centro-sinistra” o delle analoghe giunte che hanno governato o ancora governano, portando avanti tali politiche, le principali città di questo paese. Dal punto di vista del consenso di opinione e del voto di protesta effetti indubbiamente negativi avranno la sovraesposizione a favore del governo Tsipras che, per governare senza provocare rotture con le logiche liberiste dell’Unione europea, ha tradito non solo le aspettative delle classi subalterne greche, ma anche le aspettative di quei ceti sociali che in Europa hanno dato credito a quelle forze politiche che, come Podemos, avevano indicato nella via di Syriza, ossia nel governo della crisi, l’unica alternativa possibile.

Le promesse tradite, le speranze frustrate da tali nefaste esperienze di governo hanno fatto sì che nella maggior parte dei casi le classi subalterne siano sprofondate nell’attitudine anti-politica o populista ampiamente programmata e sovvenzionata dal pensiero unico dominante. L’ideologia liberista, in quanto tale anti-democratica, tende a demandare le funzioni di governo a tecnici e funzionari al servizio del pensiero unico dominante, nei fatti naturalizzato come l’unico mondo possibile, ritenendo lo stesso suffragio universale un necessario instrumentum regni da rendere il più inoffensivo possibile, a partire dalle alchimie elettorali volte a impedire ogni forma di reale rappresentanza del dissenso.

Purtroppo dal momento che il pensiero dominante è sempre il pensiero delle classi dominanti, in assenza di un partito di opposizione, capace di elaborare e contrapporre a esso una visione del mondo radicalmente autonoma e antagonista, anche buona parte dei movimenti sociali sembrano aver dimenticato che democrazia non può che essere partecipazione diretta delle masse popolari alla vita politica. Così una parte non trascurabile di tali movimenti non è stata in grado di uscire dalla logica corporativa, economicista della propria singola vertenza, scambiando la parte per il tutto e finendo o per cadere nella trappola liberista dell’anti-politica o per cedere alle sirene altrettanto liberiste della delega ai professionisti della politica. In questa logica, visto lo scarso potere e la scarsa incisività del ceto politico della sinistra di governo, tali movimenti hanno finito per trattare la propria rappresentanza politica prima direttamente con il Pd, ora viste le esperienze negative del passato, con forze populiste come il M5S.

A rendere ancora più difficile la ricostruzione del blocco storico della sinistra di alternativa ha contribuito la logica codista assunta dal sindacato a rimorchio di dirigenti espressione del Pd. L’aver rinunciato all’opposizione alle politiche neo-corporative del sindacato a trazione Pd, per mantenere la rendita di posizione di una serie di funzionari sindacali per altro sempre più estranei alla battaglia politica, o peggio per riciclare una parte del personale politico espulso dalle istituzioni borghesi dopo la farsesca conclusione dell’ultimo governo di centro-sinistra, ha reso altrettanto impervio il compito di riconquistare la credibilità nel mondo del lavoro.

In tal modo il compito storico di ricostruire un’alternativa di sinistra al liberismo e più in generale al capitalismo in crisi, che non può più permettersi politiche keynesiane se non militari, è stato lasciato nelle mani di un ceto politico poco credibile fra le masse popolari in quanto prigioniero di una logica politicista se non elettoralista. In effetti invece di lavorare per favorire lo sviluppo di un autunno caldo – quanto mai indispensabile di fronte a un governo sempre più corrotto in quanto espressione dei poteri forti, che ha spazzato via lo Statuto dei lavoratori, ha generalizzato il precariato, ha dato campo libero alla devastazione dell’ambiente, ha demolito i fondamenti democratici della scuola pubblica, ha fatto carta straccia della stessa Costituzione – questo ceto politico si è chiuso in infinite trattative sulla forma del contenitore politico, che nascondono le differenze troppo profonde a livello tattico e strategico, che emergono impietosamente alla prima scadenza elettorale.

In questi casi emerge subito la profonda differenza fra chi mira a costruire un’alternativa politica al Pd, in quanto lo ritiene ormai geneticamente modificato, e chi crede che sia possibile recuperarlo come forza di alternativa una volta sconfitta la linea renziana del Partito della nazione. In quest’ultima ottica, programmaticamente neo-ulivista, diviene indispensabile giocare di sponda con l’opposizione interna, cercando di far emergere le residue contraddizioni presenti in tale partito, repentinamente transitato da un richiamo, più formale che reale al comunismo, all’appello al nazionalismo. Non a caso gli esponenti di questa componente del ceto politico impegnato nella costituente della sinistra più o meno di alternativa sono stati impegnati sino a poco tempo fa nel Pd o sono stati fino a non molto tempo fa in procinto di entrarci, sempre nell’ottica di sfidare all’interno di tale partito l’egemonia renziana, salvo poi accodarcisi come hanno fatto sia gli ex esponenti della sinistra interna, sia gli esponenti di Sel transitati in tale partito.

Al di là dell’incapacità di portare avanti tale battaglia per l’egemonia, resta il fatto che questa componente, che rischia di essere predominante se la costituente della sinistra sarà demandata a incontri di vertice fra esponenti del ceto politico, è indisponibile a qualsiasi auto-critica rispetto alle nefaste esperienze dei governi di “centro-sinistra” a livello nazionale e locale, che favorendo sempre le classi dominanti hanno estraniato ancora di più dalla vita politica le masse popolari, rendendo la democrazia un mero flatus vocis.

D’altra parte anche chi mira a offrire una alternativa sul piano elettorale al Pd, cercando di tesaurizzare il naturale voto di protesta dei ceti subalterni e dello stesso ceto medio pesantemente colpito dalle politiche liberiste di tale partito, spesso lo fa in un’ottica populista, mirante a elaborare una variante di sinistra della politica demagogica del M5S. Infine lo stesso ceto politico presente al tavolo verticistico della costituente consapevole di dover contrastare entrambe queste nefaste linee politiche non pare immune dall’ideologia del governismo, alla base della deriva politicista ed elettoralista che ha sino a ora fatto fallire la costituente.

Si tratta di una antica e perniciosa ideologia di derivazione hegeliana, che si è fatta strada all’interno del movimento operaio grazie principalmente a Lassalle non a caso costante obiettivo delle critiche di Marx ed Engels. Tale ideologia che costituisce l’opposto speculare dell’altrettanto perniciosa ideologia proudhoniana, che contrappone il sociale al politico, è oggi particolarmente in voga in pensatori come Laclau che hanno largo seguito non solo in America latina, ma anche in Europa, in partiti come Podemos. Secondo tale concezione idealistica lo Stato e le sue istituzioni sarebbero neutrali e sarebbero, dunque, una volta occupate da politici non corrotti e non sedotti dalle sirene liberiste, il migliore strumento per dominare o per regolare le leve dell’economia non più in funzione degli interessi di pochi, ma del bene comune.

Tali idealistiche illusioni non a caso sono state sempre contrastate da Marx, sin dalle sue primissime opere giovanili, perché dimenticano che tali istituzioni sono funzionali alla logica privatistica predominante nella società civile, dal momento che i mezzi di produzione e di riproduzione della forza lavoro sono sempre più proprietà monopolistica di una ristretta minoranza. Questa concezione non tiene inoltre conto del perverso meccanismo del debito che rende tutte le istituzioni statali ostaggio dei creditori privati, che rendono impossibile qualsiasi politica economica realmente autonoma. Tanto più che tale visione idealista non tiene minimamente conto della struttura economica, ossia dell’attuale fase di crisi che, a causa della tendenziale caduta del tasso di profitto, rende sempre più difficile anche una politica meramente redistributiva, che non metta in questione la proprietà privata dei mezzi di produzione e la conseguente necessità per la forza lavoro di alienarsi in una attività lavorativa sempre più estraniante.

Infine tale prospettiva neo-hegeliana dimentica che nella fase di sviluppo transnazionale del capitalismo, gli Stati nazionali cancellano di fatto ogni simulacro di sovranità popolare, demandando in misura sempre maggiore le decisioni di politica economica a istituzioni internazionali dirette da tecnici al servizio dei poteri forti, naturalizzati come le logiche oggettive e immutabili dell’economia. Non a caso il personale politico – a cui i movimenti sociali, prigionieri di una logica proudhoniana, hanno inconsapevolmente demandato tale decisivo compito costituente – è a tal punto ostaggio di tale ideologia governista, da ritenere le stesse istituzioni dell’Unione europea degli strumenti neutri di governo dell’economia. Per cui sarebbe possibile per via elettoralista, in quanto rappresentanti di movimenti sociali da estendere su scala europea, prendere le redini dell’Unione europea e porla al servizio degli interessi dei subalterni. Dinanzi a un così ingenuo idealismo rischiano di apparire più realistiche agli occhi dei subalterni le prospettive reazionarie nazionaliste agitate dalle forze populiste.

da http://www.lacittafutura.it

Diseguaglianza, una scelta politica

di Laura Pennacchi   06 Gennaio 2016
«Il grande economista Anthony Atkinson indica “che cosa si può fare”. Le risposte arrivano dal passato». Se l’errore del capitalismo è nella sua stessa struttura, come si può uscire dalla crisi che ha prodotto rimanendovi dentro? un tentativo. Il manifesto, 6 gennaio 2016

Come testimoniano le gravi turbolenze che dai mercati azionari asiatici si stanno estendendo a quelli occidentali, l’anno nuovo eredita uno scenario gravido di incognite che i sintomi positivi non bastano a fugare. La decelerazione della Cina (al decimo decremento consecutivo del Pil e in cui si sono accumulate immense bolle nei settori immobiliare, bancario, finanziario) e dei paesi emergenti (con mercati che valgono il 60% del Pil mondiale e che assorbono metà delle esportazioni europee) si sta traducendo in pesante rallentamento dell’incremento del commercio mondiale.

In Europa continua ad aleggiare lo spettro della deflazione e rimane elevato il gap tra i livelli produttivi effettivi e quelli che si sarebbero raggiunti in assenza di crisi. La significativa ripresa che si registra negli Usa non è tuttavia tale da imprimere un netto impulso alle retribuzioni interne, la cui compressione è, invece, alla base di un paradossale incremento dei profitti e dei guadagni dei possessori di azioni, i quali — in mercati azionari mantenuti molto effervescenti dalle politiche monetarie “non convenzionali”, volte a creare liquidità, adottate dalle Banche centrali di tutto il mondo — hanno conosciuto il livello più alto degli ultimi due decenni.

Ma l’indicatore più eloquente della persistente drammaticità della situazione sociale è quello occupazionale: in tutto il mondo l’inoccupazione giovanile e femminile si è allargata paurosamente, la disoccupazione di lunga durata supera l’antecedente storico delle crisi petrolifere degli anni ’70, la precarietà è cresciuta esponenzialmente, in Italia raggiungendo il picco storico del 15%. La questione del lavoro è davvero la linea di faglia su cui tornano a passare discriminanti fondamentali, perché attorno ad essa si configura una vera e propria rottura nelle traiettorie di sviluppo.

In questo contesto opera un nesso strettissimo tra creazione di lavoro e rilancio degli investimenti pubblici diretti (assai più importanti della semplice riduzione delle imposte). Questa è la convinzione del grande economista Anthony Atkinson che, con singolare congiunzione di “spirito di ottimismo” e di determinazione, nel suo recente, bellissimo Diseguaglianza. Che cosa si può fare (Cortina Editore), deplora lo «stato del pensiero economico contemporaneo» tutto concentrato sul mercato del lavoro e assai disattento al mercato dei capitali, denuncia l’insufficienza quando non la fallacia delle misure standard (quali tagli delle tasse, intensificazione della concorrenza, maggiore flessibilità del lavoro, privatizzazioni), invoca «proposte più radicali» (more radical proposals) della semplice insistenza sull’elevamento dell’istruzione della forza lavoro, proposte «che ci richiedono di ripensare aspetti fondamentali delle nostre moderne società, di interrogarci sulla profondità e l’estensione delle nostre ambizioni, di respingere (to cast off) le idee politiche che hanno dominato i decenni più recenti».

Atkinson — padre spirituale di una generazione di ricercatori sulle diseguaglianze, compreso Piketty che, infatti, gli tributa grandi riconoscimenti — prende di petto il problema della diseguaglianza, interrogandosi sull’intreccio tra questioni di eguaglianza e questioni strutturali, tra problemi di redistribuzione e problemi di allocazione. In questo è più avanzato dello stesso Piketty, il quale si concentra su una considerazione delle diseguaglianze come problema prevalentemente distributivo e redistributivo da trattare ex post, non anche problema allocativo da trattare ex ante perché attinente al funzionamento delle strutture, dell’accumulazione, della produzione. Atkinson non nega certo che la redistribuzione sia questione gravissima. Ma ha profonda consapevolezza della strutturalità degli aspetti problematici del capitalismo che essa mette in gioco: ad esempio, posto che la “genialità”, se così vogliamo chiamarla, del neoliberismo è stata di inventare, per sopperire alla caduta del tenore di vita conseguente alla compressione dei salari, un nuovo elemento autonomo di domanda — il consumo finanziato con debito -, oggi il problema cruciale è intervenire politicamente su quell’intreccio tra assetti produttivi, finanza e redistribuzione che ha creato un elemento autonomo di domanda sfociato in sovraconsumo e in alterazione della dinamica dell’investimento a vantaggio della finanza e a svantaggio dell’economia reale. E questo è un problema di allocazione e di struttura.

Con il neoliberismo, dunque, Atkinson si misura fino in fondo. Se le diseguaglianze non sono un destino naturale, se esse sono incapsulate in economie e società «costruite socialmente», sono il frutto di scelte politiche. Per affrontarle con proposte valide per il presente e per il futuro dobbiamo «apprendere dal passato», ponendoci due domande: 1) perché la diseguaglianza è caduta nel secondo dopoguerra in Europa? 2) Perché il trend egualitario è stato rovesciato in uno disegualitario a partire dal 1980?

Le risposte di Atkinson sono nette. I fattori maggiormente esplicativi del periodo di riduzione delle diseguaglianze sono tutti politici: «il welfare state e l’espansione dei trasferimenti pubblici, la crescita della quota dei salari sul valore aggiunto dovuta alla forza dei sindacati, la ridotta concentrazione della ricchezza personale, la contrazione della dispersione salariale come risultato di interventi legislativi dei governi e della contrattazione collettiva sindacale». E altrettanto politiche (anche se di segno opposto) sono «le ragioni che hanno condotto a un termine il processo di equalizzazione, rovesciando nel loro contrario i fattori equalizzanti»: tagli del welfare state, declino della quota dei salari sul valore aggiunto (con una responsabilità specifica dell’incremento della disoccupazione, che dalla fine degli anni ‘70 fu vertiginoso), crescente ampliamento dei differenziali salariali, minore forza sindacale, minore capacità redistributiva del welfare e del sistema di tassazione.

La radicalità dell’analisi conduce Atkinson a un’analoga radicalità delle proposte per combattere le diseguaglianze. Per esempio la proposta che «la direzione del cambiamento tecnologico» sia identificata come impegno intenzionale ed esplicito da parte dell’operatore pubblico, volto ad accrescere l’occupazione, e non a ridurla come avviene con l’automazione, e ad enfatizzare la dimensione umana della fornitura di servizi specie se pubblici, nella convinzione che le scelte delle imprese, degli individui e dei governi possano influenzare l’indirizzo della tecnologia (a sua volta influente sulla distribuzione del reddito). O quella — memore di quando nel 1961 nel Regno Unito vigeva per i giocatori di calcio una retribuzione massima di 20 sterline alla settimana, pari alla retribuzione media nazionale — che le imprese adottino, oltre che un «codice etico», un «codice retributivo» con cui fissare anche tetti massimi alle retribuzioni dei manager pure nel settore privato. O quella di tornare a prendere nuovamente molto sul serio l’obiettivo della piena occupazione — eluso dalla maggior parte dei paesi Ocse dagli anni ’70 — facendo sì che i governi operino come employer of last resort offrendo «lavoro pubblico garantito».

Si tratta di embrioni di un «nuovo modello di sviluppo» che fanno perno sul rilancio del lavoro e della «piena e buona occupazione», non in termini irenici però, o indifferenti alle grandi trasformazioni in corso, ma nella acuta consapevolezza che la loro intrusività — la loro «rivoluzionarietà» — rispetto al funzionamento spontaneo del capitalismo è massima proprio quando il sistema economico non crea naturalmente occupazione e si predispone alla jobless society, lasciare libero spazio alla quale, però, equivarrebbe a non frapporre alcun argine alla catastrofe, anche e soprattutto in termini disegualitali.

L’AEROPORTO UNA NECESSITÀ PER CRESCERE

da www.salto.bz

Tornano le ali su Bolzano e puntualmente i protezionisti, Verdi in testa, affilano le armi per fronteggiare la più grossa sciagura “ecosociale-economica” che incombe su Bolzano e provincia: l’aeroporto e il suo rilancio. Reazione prevedibile dopo la conclusione dei lavori di manutenzione, l’annuncio di nuove destinazioni, il ripristino della pista originaria a 1462,6 metri e quant’altro contenuto nel nuovo progetto della Provincia. La battaglia senza tregua di Verdi&C con il perentorio invito del consigliere Dello Sbarba a chiudere da subito l’impianto perché “inutile e dannoso” (cioè mandare al macero subito un patrimonio valutato dai 15 ai 20 milioni per risparmiarne 2,5 l’anno in 5 anni) poggia soprattutto su due capisaldi: scarsa compatibilità tecnico- ambientale dell’aeroporto e bacino d’utenza insufficiente a garantire una gestione in pari: cancellare dunque un “giocattolino”, che secondo gli stessi, va a beneficio esclusivo di politici, burocrati provinciali e soprattutto straricchi “paperoni” milionari. Torna in auge insomma un “mantra” di facile presa su una popolazione soprattutto periferica, poco informata e fortemente improntata a un “egocentrico” campanilismo. A contrastare e contestare l’arcipelago verde, anche se con toni finora piuttosto timidi, si fa sentire non solo il mondo economico, bensì anche quello della ricerca, della cultura, dall’università e dell’arte. Il ritornello secondo cui dietro l’aeroporto ci sarebbe una lobby di straricchi “Paperoni” fa quanto meno sorridere: difficile immaginare fantomatici “capitalisti” in doppiopetto scuro e l’immancabile “24 ore” con le gambe sacrificate fra i sedili di un aereo a eliche, per non sciupare quei loro agili jet “executive” che si possono ammirare quasi ogni giorno a lato dell’aerostazione di San Giacomo, luogo evidentemente snobbato dai “proibizionisti dell’aria”. I quali giocano sui fallimenti del passato, pur conoscendone le cause, alle quali hanno collaborato per ostacolare il ripristino della pista, ben sapendo che in queste condizioni solo compagnie sull’orlo della crisi, come l’Air Alps con i suoi 3 “Dornier” da 31 posti costretta a 8 voli giornalieri su Roma per trasportare la sbalorditivo carico di 256 passeggeri, con le disastrosa serie di disguidi. Quindi, o la compagnia dei”protezionisti dell’aria” ha coscientemente sabotato ogni progetto, oppure è rimasta al ferma-immagine di 30 anni fa con una zona industriale imperniata sui forni di Magnesio e Montecatini, Feltrinelli Masonite, Cisterne Delaiti, lamette da barba e similia. Aprendo finalmente gli occhi si accorgerebbero di un apparato produttivo con aziende divenute capofila nazionali o addirittura mondiali. Ad esempio in tutto ciò che fa inverno: cannoni e gatti da neve, impianti a fune per città e montagna, abbigliamento sportivo, costruzioni metalliche, industria dolciaria, edilizia (costruzioni in legno, tetti), accessori auto, lattiero-caseario, alimentare (dai salumi alla birra), autotrasporti, grande distribuzione, tecnologie ambientali, società elettriche più Iveco e Acciaierie e così via. Ci sarebbe anche un’università con docenti “costretti” a volare e studenti, ricercatori, artisti, atleti “mondiali” impegnati addirittura in Terra del Fuoco (azzurri di sci) esploratori e via elencando. Aziende guidate da imprenditori e manager si muovono in aereo come i pendolari in autobus, ma devono fare capo ad “hub” distanti 350 chilometri (Monaco, Venezia e Milano) oppure adattarsi a trasbordi via Verona o Innsbruck per arrivare in capo al mondo. E perché non citare le centinaia di pensionati e non, sui “charter” per vacanza verso il Mediterraneo? Diversi imprenditori, studiosi, manager, ricercatori tempo fa si sono “sfogati” in interviste apparse su settimanali economici locali (Wi-Ku, Ff etc.) citando dati impressionanti. Michael Seeber (Leitner) parla di ben 148 fra ingegneri e meccanici in volo per il mondo, valutando una spesa annua da 1,5 a 2 milioni di euro. Harald Oberrauch (Durst e Alupress) lamenta di dover convergere su Venezia o Monaco, con spese che potrebbero restare in casa e alimentare un buon indotto. L’impresa Gostner (energia verde) si è dotata addirittura di una propria piccola flotta a San Giacomo; un alto dirigente della Lub cita le centinaia di docenti e ospiti invitati a congressi provenienti dall’estero e dell’imbarazzo nel dover spiegare “come si arriva a Bolzano”. Un altro caso esemplare: «La Technoalpin di Bolzano – dice l’imprenditore Erich Gummerer – lo scorso anno ha ricevuto ben 800 visitatori da Cina, Russia e America; se non vedono i nostri cannoni da neve con tecnologia d’avanguardia non si rendono conto che l’Italia non è solo il Paese del Bunga Bunga e della pizza, allora vanno dalla concorrenza».

Giancarlo Ansaloni
alto adige 4.1.2016

Le “narrazioni” del governo e la realtà – L’alternativa da costruire

di Franco Turigliatto

Renzi e i suoi compari di governo, instancabili affabulatori, cantano le lodi di se stessi e delle loro imprese, raccontandoci di un paese in piena ripresa economica, sociale e politica che starebbe diventando sempre più perfetto grazie alle “riforme” che hanno sconvolto la società italiana (dal decreto Poletti al Jobs Act, dalla buona scuola alla riforma elettorale). Il presidente del Consiglio si sta costruendo anche un presunto scontro con la Merkel sulle politiche di austerità in Europa: per Renzi sarebbe sufficiente che la cancelliera tedesca fosse un po’ meno dogmatica e rigorista e tutto diventerebbe perfettibile. Difficile non vedere in queste “manovre europee” la preoccupazione di Renzi di vedersi bocciare tra qualche mese dalle istituzioni europee la legge di stabilità costruita sull’aumento del deficit di bilancio che passerà dall1,6 al 2,6% (Ma non era la causa di tutti i mali questo deficit?!)

Per quanto riguarda l’esaltazione della nuova legge elettorale (l’Italicum) dopo la problematicità dei risultati spagnoli, Renzi sta solo confermando quando già si sapeva, cioè l’antidemocraticità e l’anticostituzionalità della sua creatura (come per altro delle modifiche istituzionali) volta a garantire in ogni caso a un modesto partito di maggioranza relativa e minoritario nella società, un’enorme maggioranza parlamentare e il conseguente potere politico.

Narrazione o ideologia

Viene usato abitualmente il termine “narrazione” per indicare le modalità con cui un determinato soggetto o gruppo sociale racconta e interpreta la realtà; è un vocabolo aulico che ha lo scopo di valorizzare e rendere credibile quello che i potenti ci raccontano. I marxisti usano invece un altro termine: parlano di “ideologia”, di falsa coscienza, cioè di una lettura della realtà travisata, funzionale agli interessi di una classe, in questo caso della borghesia, per far accettare ai lavoratori le loro politiche economiche e sociali. Le narrazioni di Renzi e soci sono quindi delle vere e proprie costruzioni ideologiche o, per usare il linguaggio popolare del bar, delle frottole seriali.

Tuttavia Renzi ha ragione di cantare vittoria dal suo punto di vista e della classe borghese che rappresenta: il governo è riuscito a infliggere una serie di pesanti sconfitte al movimento dei lavoratori, ai suoi diritti fino alla cancellazione definitiva dello statuto dei lavoratori, garantendo gli interessi delle forze padronali.

Esaminiamo ora alcuni fatti concreti.

L’economia

Una significativa ripresa dell’economia capitalistica e di quella italiana in particolare non è nella realtà: i deboli indici positivi della crescita del PIL sono un dato quasi obbligato dopo lo sprofondo che c’è stato dal 2007 in poi, più una reazione meccanica di rimbalzo che segue la drammatica e duratura caduta economica e produttiva (-25% la produzione industriale) che non un segnale reale di inversione di tendenza. Inoltre questa debolissima ripresa, come rileva l’editorialista del Sole 24ore del 23 dicembre, ha potuto godere nel 2015 “di almeno tre fattori internazionali che ci hanno aiutato a riportare il segno più: costo del petrolio basso, quantative easing, euro debole” mentre il nuovo anno presenta un quadro molto più difficile segnato dal rallentamento dei tassi di crescita delle economie emergenti, come la Cina o l’India, che avevano “trascinato” l’economia mondiale e dalle nere nubi che continuano a volteggiare sul cielo del sistema capitalista, (si legga l’articolo di M. Husson su questo sito).

L’occupazione

Per quanto riguarda l’occupazione le cifre continuano a essere da paura: 3 milioni di disoccupati (poco meno del 12%), a cui si aggiungono altri tre milioni di persone che non cercano neppure il lavoro; il modesto aumento degli occupati nell’ultimo anno è avvenuto a totale vantaggio delle forme contrattuali a termine, mai così tante nel nostro paese, (2 milioni 560 mila lavoratrici/tori con contratto a termine, il 14,6% come certifica l’Istat). Fallimento quindi del Jobs Act? Certo dal punto di vista dei lavoratori; non da quello di Renzi e Poletti il cui obiettivo era proprio quello di creare qualche posto di lavoro in più, ma senza diritti, regalando, con il contratto a tutele crescenti, 20.000 euro ai padroni per ciascun lavoratore assunto.

Poletti in una intervista alla Stampa del 29 dicembre riconferma quello che da sempre è il suo credo, che l’impresa (e quindi il profitto) devono essere al centro del mondo: “L’occupazione non può essere una variabile indipendente. Dobbiamo fare in modo che le nostre imprese crescano… Gli italiani devono innamorarsi di più delle loro aziende perché il futuro di questo paese è legato al futuro delle sue aziende…. Il Jobs Act è una delle condizioni fondamentali perché questo avvenga”. Direbbe il Fantozzi di Paolo Villaggio “Come è buono padrone”.

La scuola

Le lavoratrici e i lavoratori della scuola sono quelli che hanno dato più filo da torcere al governo nell’ultimo anno con la lunga lotta di primavera anche se sono stati sconfitti. La controriforma di Renzi fa un grande passo avanti nella aziendalizzazione e privatizzazione della scuola, affida poteri enorme ai presidi dirigenti, divide in tutte le forme possibile gli insegnanti per renderli ricattabili e subalterni al potere e tanto meno risolve il problema dei precari. Mentre in molte scuole a dicembre è ancora il caos dei posti e degli insegnamenti, il governo ha dato di volta in volta numeri assai diversi sul numero di precari assunti con contratto pieno e regolare: in ogni caso i nuovi assunti, dopo averne maturato il diritto in anni di precariato, sono stati immessi a condizione peggiori che i propri colleghi in passato, essendo stati costretti a emigrare o a coprire posti non coerenti con la propria materia di insegnamento. Inoltre va ricordato che i 100mila assunti costituiscono solo una parte limitata dell’enorme numero di insegnanti precari che in tutti questi anni hanno garantito che la scuola potesse andare avanti.

(Si rimanda all’articolo Le bugie del governo, la privatizzazione della scuola e la lotta necessaria)

La legge di stabilità

Poi c’è la legge di stabilità, di cui poco si è discusso, passata quasi sotto silenzio, mentre invece sarebbe stata necessaria una mobilitazione per contrastarla: una legge di stabilità che regala sotto varie forme alcuni miliardi ai padroni, (ancora di più nel 2017 quando scatterà la riduzione dell’IRES cioè dell’Imposta sul reddito delle società, al 24%), che taglia la spesa pubblica di molti miliardi, che colpisce a fondo il servizio sanitario nazionale con effetti devastanti, che mortifica milioni di lavoratori pubblici che hanno i loro contratti bloccati dal 2010; una legge che trova però il modo di finanziare le misure securitarie e di mantenere il ruolo militare dell’Italia in giro per il mondo; che elargisce qualche modestissima mancia in vista delle prossime elezioni di primavera; una legge che trova i soldi per qualche elemosina in più per i diseredati penalizzando le pensioni e i salari e non colpendo i redditi dei ricchi.

Infine una legge che si guarda bene dal mettere mano alla vergognosa controriforma Fornero sulle pensioni. Dal 2016 le donne dovranno lavorare 22 mesi in più per gli effetti delle norme di quella legge; per uomini e donne ci saranno poi altri 4 mesi in più per l’adeguamento alle speranze di vita ed infine scatterà la revisione dei coefficienti per determinare (al ribasso) la quota contributiva della pensione: una vergona che Renzi si è guardato bene dal modificare.

Le banche

Poi ci sono le banche, quelle simpatiche istituzioni che negli anni passati sono state salvate in molti paesi grazie ai soldi pubblici, che hanno ricevuto dalla BCE vistosi prestiti a tasso zero, senza che queste risorse si trasferissero nell’attività reale produttiva ed artigianale del paese, quelle che lucrano sui bisogni di finanziamento dei piccoli imprenditori, commercianti, artigiani, sulle richieste di mutuo per la casa delle famiglie, quelle che obbligano i loro impiegati a vendere ai cittadini il pericoloso miracolo dei prodotti derivati, questa vera magia del capitalismo moderno, una ricchezza fittizia, un diritto di prelievo su una presunta futura ricchezza, dimenticandosi che la ricchezza può essere prodotta solo realmente dall’attività del lavoro umano. Ma padroni e banche in questi anni hanno saputo inverare la ricchezza fittizia tramite il taglio dei salari, delle pensioni, della spesa sociale, cioè rubando le risorse alle classi lavoratrici.

I decessi

Poi, inaspettato ed inspiegabile si è prodotto un altro fenomeno, grave e doloroso; nell’ultimo anno c’è stata una impennata senza precedenti della mortalità (+11%), un dato che trova riscontro solo negli anni bui dell’ultima guerra. Ma non siamo in guerra, quindi perché?

In realtà in questi anni è stata imposta una guerra particolare. Il ricatto del debito è stato usato per distruggere lo stato sociale, per far crescere disoccupazione, precarietà, bassi salari, per tagliare le pensioni, per colpire sanità e interventi pubblici sociali, per creare marginalità e povertà; quando in un paese come il nostro ci sono 10 milioni di poveri, quando ormai alcuni milioni di persone non riescono più accedere alla sanità, quando il servizio sanitario si degrada, quando si riduce la prevenzione, perché stupirsi che i decessi aumentino così gravemente. Questo solo fatto porta sul banco degli imputati tutta una classe dirigente, i loro politici e i loro media, tutti quelli che hanno voluto e gestito il massacro sociale.

Non piove, governo ladro

Da ultimo c’è la calamità naturale. Si erano appena spenti i riflettori sullo spettacolo del COP21 di Parigi (vedi l’articolo di D. Tanuro) salutato dai media come un grande successo, quando i giornali hanno dovuto prendere atto di una realtà ambientale ben visibile da settimane per chi voleva vedere, per chi solo conosce un poco la natura, le stagioni e i fenomeni atmosferici: non piove da mesi, le montagne non sono bianche, ma marrone grigio, (non c’è la neve che dovrebbe tramutarsi in benefica acqua in primavera) i campi patiscono la siccità, le temperature sono anormali. Tutto il ciclo naturale è sconvolto con conseguenze imprevedibili. Ma nessuno ha suonato le campane; i sindaci hanno aspettato che le città soffocassero per cercare di prendere qualche modesta misura; il governo di Renzi non ha previsto, non ha agito; nessuna azione radicale complessiva e di lungo periodo viene pensata e messa in atto. Si fa la danza della pioggia.

Il pericolo più grave viene dallo sconvolgimento della natura stessa sotto i colpi di uno sviluppo irrazionale e distruttivo della produzione e delle forme di accumulazione del sistema capitalista che sempre meno garantisce condizioni di vita decenti, anche solo quelle che le lotte dei lavoratori per un breve periodo e per un numero ristretto di paesi erano riuscite a conquistare limitando un poco l’arbitrio dei capitalisti.

La narrazione di Renzi è dunque farlocca.

Costruire l’alternativa a Renzi e alla Confindustria, al capitalismo

Resta drammatico per il movimento delle lavoratrici e dei lavoratori il problema di costruire una risposta di lotta a questo mare di merda, a queste tonnellate di bugie, a questo durissimo attacco all’insieme dei diritti e delle condizioni di vita.

Come costruire una risposta sociale e politica alle scelte distruttive delle classi dominanti e dei loro governi? Come ridare fiducia nella possibilità di costruire una resistenza vincente al corso degli avvenimenti e una reale prospettiva democratica ed ecosocialista?

La prima parola dovrebbe spettare alle grandi organizzazioni sindacali, che ancora godono dell’adesione di milioni di lavoratrici e di lavoratori, e che invece si sono piegate (per le scelte delle loro direzioni) materialmente ed ideologicamente al carro della Confindustria e della classe padronale. In questo modo hanno alimentato la sfiducia e la demoralizzazione in vasti settori di massa.

Eppure lotte e resistenze si manifestano ancora, sono molti ancora che non vogliono piegare la testa, che non sopportano che altri decidano del loro destino, del loro posto di lavoro, che non vogliono accettare forme di sfruttamento sempre più pesanti.

Per questo vanno sostenute tutte le iniziative sindacali e di lotta, tutte le attività di quelle forze e correnti sindacali di classe che stimolano le mobilitazioni, il protagonismo dei lavoratori e le lotte parziali in atto cercando di coordinarle.

La forze della sinistra (intendiamo quelle che si collocano alla sinistra del PD), dovrebbero provare a contrastare il corso moderato che investe loro stesse e la loro subordinazione ai gruppi dirigenti burocratici dei sindacati; dovrebbero smettere di occuparsi solo e soprattutto di come costruirsi la rappresentanza parlamentare, magari per poter contrattare da una migliore condizione di forza un nuovo rapporto col PD, sapendo invece creare un fronte reale di unità d’azione, materiale e concreta, di denuncia forte e radicale delle nefandezze del sistema, di smascheramento di tutti coloro che sostengono e avallano le scelte padronali e governative, ma soprattutto ad aiutare a costruire mobilitazioni e lotte con tutti coloro che nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nei quartieri, nei territori provano a tradurre la rabbia e la disperazione presenti in azione collettiva, in crescita sociale e politica.

Le ragioni di Sinistra Anticapitalista

Per tutte queste ragioni la nostra organizzazione manterrà una pratica costante di ricerca dell’unità d’azione sugli obiettivi specifici di lotta e nelle mobilitazioni con tutte le forze sociali e politiche disponibili a costruire la resistenza e l’opposizione alle politiche del governo e della Confindustria.

Sarà disponibile a ricercare con altre forze politiche che si dichiarano anticapitaliste le convergenze programmatiche e strategiche necessarie per costruire quando sarà possibile un partito più forte, radicato ed efficace.

Da subito continuerà l’attività di agitazione e denuncia del sistema capitalista difendendo il progetto e la possibilità di costruire un’alternativa ecosocialista e democratica alle barbarie attuali.

Oggi i nostri avversari di classe puntano sulla demoralizzazione e sulla rinuncia alla lotta; è il regalo che si aspettano da parte delle classi lavoratrici; il regalo che queste stesse si devono fare è invece di continuare a lottare per una società diversa.

Di fronte ad un avversario così forte ed organizzato e che dispone di mezzi senza precedenti per imporre le sue leggi e la sua lettura del modo, serve l’iniziativa sociale e sindacale, ma serve più che mai costruire anche l’organizzazione politica collettiva. Non si può farne a meno rifugiandosi soltanto in un movimentismo molte volte minoritario, in ogni caso parziale, o nella creazione di isole “liberate” dal dominio del mercato e del capitale, perché sarebbe una pura illusione.

Il regalo che dobbiamo fare alla classe lavoratrice per il prossimo anno e che chiediamo a tutti i nostri simpatizzanti ed interlocutori, ai militanti sociali e sindacali, lavorando contro lo spirito reazionario dei tempi, contro le politiche dell’austerità, contro il razzismo e il fascismo, per l’unità degli sfruttati e degli oppressi nel nostro paese e per una attività internazionalista di unità delle classi lavoratrici, è un rinnovato impegno politico individuale e collettivo, per costruire insieme una organizzazione rivoluzionaria e democratica, per una alternativa di società, di giustizia sociale, di solidarietà, per conquistare un futuro libero dalla violenza, dall’oppressioni e dalla minaccia sempre più incombente della distruzione ambientale.

da http://anticapitalista.org/

Non si stancheranno mai…

Non si stancheranno mai di fomentare l’odio, scatenare le guerre e sterminare gli innocenti.

Essi vogliono il predominio sul mondo.

Creeranno nuovi poveri e nuovi schiavi pur di conservare i loro privilegi.

Mentiranno e faranno ricadere le colpe su altri, mentre commetteranno le peggiori nefandezze di questo mondo, pur di raggiungere il proprio profitto.

Ernesto Che Guevara

La giunta provinciale ha approvato il piano di sviluppo turistico di Laives

Notizie dal sito del comune | 10.12.2015

Via libera della Giunta provinciale, su proposta del presidente e assessore all’economia Arno Kompatscher, al piano di sviluppo turistico per il Comune di Laives. Il documento prevede la possibilità di ulteriori 580 posti letto in strutture ricettive, di cui 100 riservati a campeggio.
L’iter di approvazione del piano di sviluppo turistico del Comune di Laives aveva visto la luce già nella scorsa primavera, con il via libera dell’amministrazione municipale e l’inoltro al competente gruppo di lavoro. Da qui il passaggio in Giunta provinciale, con la delibera che dà l’ok definitivo approvata su proposta del presidente e assessore all’economia Arno Kompatscher.
“Laives avrà la possibilità di mettere a disposizione degli ospiti 580 ulteriori posti letto – spiega il Landeshauptmann – di cui 100 riservati a campeggio. Non si è trattata di una decisione presa a cuor leggero, ma frutto di un’attenta analisi sia dello sviluppo turistico, sia delle esigenze degli operatori locali, in un’ottica di condivisione con l’amministrazione locale“.
Il piano di sviluppo turistico del Comune di Laives si basa infatti sull’analisi dell’ASTAT, secondo la quale negli ultimi 30 anni i pernottamenti sono aumentati del 100%, ma i posti letto “solo” del 50%, con un tasso di riempimento che si attesta leggermente al di sotto (-2%) della media provinciale. D’ora in avanti, la città situata alle porte di Bolzano potrà mettere a disposizione dei propri ospiti oltre mille posti letto.

(comunicato USP)

L’AEROPORTO E I FRENI IDEOLOGICI

di Paolo Campostrini
Il mondo economico ha passato una settimana, l’ultima, a tentare di convincere i riottosi che l’aeroporto ha tanti costi ma anche tanti benefici. Non ha convinto i Verdi. Ma ha tolto loro un argomento a sfavore. «Lo scalo non serve all’economia», era uno di questi: se proprio l’economia (imprenditori, commercio, aziende, artigiani) continua a dire che le serve, servirebbe almeno crederle. (!?!)
Ma l’aeroporto ha un altro problema. È lì, in vista vision, e lo hanno tutti in testa. Altrimenti uno dovrebbe chiedersi perché nessuno si è accorto che a Vandoies per una tangenziale, si sono spesi 22 milioni. Se lo è chiesto un consigliere della destra tedesca l’altro giorno: «A San Giacomo andranno 2,5 milioni per 5 anni e poi uno all’anno. Nessuno ha detto in quel caso che servirà solo a Vandoies…». Il problema delle tangenziali è un altro mantra sudtirolese. Ce le hanno tutti. Ma tutti, tutti. Meno che Bolzano. Il quale ha l’aeroporto. Ma glielo vorrebbero togliere. Destino cinico e baro. Perché l’aeroporto almeno c’è, in natura. La tangenziale no, solo nei sogni. Che riguarderebbero il tesoretto della A22 una volta ottenuta la convenzione. Ma il tesoretto servirà al tunnel. Per cui la confusione regna sovrana sotto il cielo. Poi, sempre in settimana, è stato Benedikter a puntare il dito: «Messner vuole l’aeroporto per portare i giapponesi nei suoi musei». A parte che i giapponesi sarebbero i benvenuti anche negli alberghi del circondario, questa frase ci fa capire che il dibattito sull’aeroporto soffre anche, tra le altre, della sindrome mercatino . La quale fa parte del grande universo “mai nel mio cortile”. Dicevano e dicono: «Il mercatino ci affumica e serve solo ad arricchire chi vende». Probabilmente anche tenere puliti i Portici serve a chi ci vende. Oppure mettere le luci in Corso Libertà. La verità è che non dovrebbe essere un delitto che qualcuno guadagni da qualcosa se poi tutti pagano le tasse. Mercatino, luci, pulizia e aeroporto sono, mutatis mutandis, costi per qualcuno e benefici per altri ma tutti insieme creano le condizioni perché le cose si muovano. Probabilmente se tutti, ma proprio tutti, stessimo fermi a casa nostra l’aria sarebbe migliore. Con la conseguenza che, senza aeroporto, strade e mercatini, anche gli altri fuori di qui se ne starebbero a casa loro. Questo per dire che il dibattito sull’aeroporto, da qui a maggio elezioni comprese, si avvia verso una deriva psicologica. Che è questa: ogni cosa fa l’interesse di qualcuno, dunque è male. Anzi: è male proprio l’interesse. E dunque sarà un dibattito esclusivamente ideologico. Del tipo: se il Pd o chi ci governa dice una cosa, noi ne diciamo un’altra. Può essere un’idea. Ma solo se si tratta di voti. Se si tratta invece di infrastrutture si dovrebbe parlare d’altro. Un esempio? Ci viene dai sindacati. Che, sempre in settimana, hanno fatto capire di voler prendersi del tempo per valutare costi e benefici e metterli insieme. Si tratta di Cgil, Cisl e Uil: non proprio rappresentanze padronali… Eppure non hanno detto sì o no a prescindere, hanno ammesso che la prospettiva dello sviluppo aeroportuale è un’opzione che riguarda lo sviluppo e non solo l’aeroporto in se. Insomma: hanno allargato il problema. È quello che tutti si dovrebbe fare. Pensare in grande. Come ha detto Palermo al dibattito sulla riforma statutaria: non prendiamo l’occasione di quel dibattito per parlare di divise degli atleti…
Paolo Campostrini
alto adige 14.12.2015

Ma la lezione francese è una vittoria di Pirro

di Michele Prospero

L’iper-leggera sinistra dei valori, come la destra delle passioni tristi che per crescere nelle urne amplifica sentimenti ostili e paure, evita di attaccare il capitale come fonte di sfruttamento

Chi cede alla retorica potrà celebrare il redivivo patto repubblicano che ha allontanato il pericolo nero. Così però si evita di scoprire il nodo che il grande insediamento della destra in Francia solleva per la teoria politica: come ripensare la sinistra dopo lo scacco delle alternative pragmatiche alla crisi del comunismo.

Con i nuovi centri, con le suggestioni post-materialistiche e con i cataloghi dei diritti e dei valori, l’asse della cultura politica si è spostato in un luogo lontano dalle questioni sociali, non più viste come il fondamento delle appartenenze. Invece di ricalibrare una proposta aggiornata di critica del presente, la sinistra ha preferito estirpare ogni connessione della sua politica con gli interessi sociali dei ceti subalterni.

Le novità degli assetti post-industriali sono diventate il pretesto per la rimozione di ogni preoccupazione critica e per lo spegnimento di ogni obiettivo di eguaglianza. Il socialismo europeo ha così finito per rubricare nel catalogo delle cose inservibili, per un progetto politico di governo, tutte le manifestazioni di disagio verso le nuove esclusioni prodotte dal capitale. La crisi teorica del socialismo precede il crollo del comunismo. È dagli anni Settanta, quando furono archiviate le categorie della transizione al socialismo come frutto di escogitazioni troppo semplici di una razionalità lineare poco compatibile con i cardini della complessità, che una teoria politica del socialismo è fuggita dall’Occidente.

La difficoltà di prospettare, con il tempo breve del gioco elettorale, un’alternativa di società ha suggerito di riciclarsi come una variante delle correnti liberaldemocratiche, senza alcuna relazione con una lettura critica delle forme di dominio espresse dalle tendenze attuali del capitalismo che provocano diseguaglianze, spoliazione degli spazi pubblici e comuni.
Senza un’ideologia mobilitante, e alle prese con una coalizione sociale sfaldata dall’economia post-fordista, la sinistra ha dirottato le proprie antenne verso i nuovi diritti a costo zero, verso sensibilità estetico-ambientali-etiche che garantivano una presa in aree secolarizzate, colte, metropolitane dell’elettorato.

L’agenda politica è stata così modulata sulle esigenze valoriali di un ceto medio riflessivo disposto a forme di mobilitazione civica e un velo è stato steso sui bisogni di fasce di società condannate alla marginalità e lontane dalle attuali forme di partecipazione politica. Staccata dai conflitti sociali, la sinistra resta debole nelle sterminate zone della decadenza di uno spirito etico-politico. Qui ogni esclusione è accolta con l’impotenza dell’attore individuale.

La sinistra viene travolta dalla rabbia quando la crisi fa esplodere il disagio, diffonde sentimenti di paura, lascia percepire il senso dell’esclusione. Allora due città si fronteggiano, e però non sono quelle del capitale e dei lavori che si affrontano per questioni di eguaglianza. In un polo c’è chi si mobilita in nome del basso, degli esclusi, dei periferici e nell’altro, chi è abitante dell’alto, riposa tra i garantiti, i soggetti colti e centrali.

Le passioni cupe dei precari, delle classi medie sulla via della marginalità, dei ceti proletari meno qualificati non trovano più in campo un’attrattiva soggettività operaia, in lotta contro le esclusioni del capitale e portatrice di un’inclusione per tutti i bisogni nella cittadinanza sociale. E quindi i nuovi marginali si rivolgono contro i simboli, i valori di una società multiculturale insidiosa, ostile e insicura. I nemici contro cui scagliare la loro rabbia, li ritrovano tra gli esclusi, tra i diseredati che hanno i loro stessi disagi ma si presentano con altri colori della pelle, con altre credenze religiose, con altri abiti.

Come la iper-leggera sinistra dei valori, anche la destra delle passioni tristi evita di attaccare il capitale come fonte di sfruttamento, per crescere nelle urne amplifica sentimenti ostili e paure. La capacità ipnotica del capitale riesce a coprire i reali meccanismi di dominio che dovrebbero scatenare i conflitti sociali per l’eguaglianza, l’integrazione, e ciò avviene grazie all’attitudine egemonica delle sue fabbriche dell’immaginario deviante a dirottare il risentimento quotidiano e la sfiducia contro culture, credi, simboli, mentalità.

La questione sociale, rimossa dalla sfera pubblica, non trova interpreti politici adeguati e ciò facilita gli investimenti degli imprenditori della paura che colpiscono nemici immaginari, inseguono scorciatoie mitiche. Prima di trovare rifugio nelle simbologie regressive dei coltivatori delle passioni tristi, la Francia aveva sperato in un presidente socialista. E però dall’Eliseo la morsa del rigore e le ricette dell’austerità non hanno trovato un contrasto.

Con i governi di sinistra i segni del degrado urbano, i focolai di malessere e le tracce di violenza urbana non si sono affievoliti, sono cresciuti, senza trovare alcuna effettiva risposta. Le regionali francesi confermano il fallimento del moderatismo socialista, rivelatosi incapace, in ogni paese europeo, nel determinare svolte efficaci nelle politiche sociali. Nel vuoto di istituzioni e soggetti europei, le destre sono più attrezzate nell’assecondare il grido di false ribellioni o scontri di culture che scuotono le coscienze critiche ma non disturbano i signori del capitale.

Con i loro media spazzatura, i poteri economici costruiscono un senso comune deviato, primitivo, attratto dai miti securitari e quindi già preparato alla seduzione populista. Le domande di sicurezza trovano una risposta illusoria nei dialetti securitari della destra perché la sinistra francese, incapace di lenire con lotte e iniziative politiche la disperazione metropolitana e periferica, crede di recuperare il consenso perduto sganciando bombe sulla Siria. La destra vince non per la paura islamica, ma per la povertà sociale e culturale cui i ceti periferici sono condannati. La sinistra perde perché impotente a governare il disagio e la precarietà con la sicurezza sociale, con la crescita culturale, con una sensibilità per le questioni materiali del vivere e per la dignità dei soggetti postmoderni.

Sarebbe una sciagura per la sinistra gonfiarsi il petto per la ritrovata disciplina repubblicana che ha dato scacco al nero

da il manifesto.info

La disinformazione nella proposta Boeri

Pensioni. Dietro l’idea di «equità» pensionistica avanzata dal presidente dell’Inps un’operazione intenzionale di ridimensionamento del welfare a tutto svantaggio di giovani, operai e lavoratori precoci

di

Molta disinformazione nel dibattito sulla proposta («Non per cassa, ma per equità») presentata da Tito Boeri, presidente dell’Inps: reperire risorse per il bilancio pubblico correggendo le pensioni superiori a determinati importi (nelle diverse ricostruzioni si va da 2000 a 3500 euro mensili, non si sa se lordi o netti) in senso «attuariale», cioè decurtandole in rapporto alla differenza fra quanto si riceve e ciò che si sarebbe ricevuto se le prestazioni fossero state interamente calcolate con il sistema contributivo. (qui il pdf della proposta)

Le risorse così risparmiate verrebbero utilizzate per finanziare il ripristino della flessibilità in uscita (ma con forti penalizzazioni mantenute per chi dovesse praticarla), mentre all’introduzione di un reddito minimo di 500 euro per gli ultra55enni che non trovino lavoro dovrebbe corrispondere non il ricorso alla fiscalità generale ma il riordino e il riassorbimento di gran parte della spesa assistenziale (tra cui le pensioni sociali e l’integrazione al minimo).

Tralascio pur importanti questioni costituzionali che vanno ben al di là della diatriba sui «diritti acquisiti», perché sarebbe la prima volta che si interverrebbe con una così pesante «retroattività» sulle pensioni in essere, non su quelle future ancora da formare come si fa tramite le misure di deindicizzazione (anch’esse, però, non pacifiche per la Corte). E mi soffermo sul significato da attribuire a questa operazione di disinformazione che per molti aspetti appare intenzionale, certo non casuale.

Essa si manifesta in vari fatti concomitanti. Non si chiarisce che i Fondi speciali confluiti nell’Inps con i bilanci già in rosso (compreso il Fondo Dirigenti d’azienda) perpetrano una pratica di «saccheggio» storico compiuto ai danni del Fondo dei Lavoratori Dipendenti, gli unici che hanno sempre avuto un equilibrio tra contributi elevati (da decenni già al 33%) e prestazioni contenute e che, con i loro attivi, hanno sistematicamente finanziato i disavanzi di tutte le altre gestioni.

Non si dice che una stretta applicazione alle prestazioni pregresse del principio di equità «attuariale» – peraltro non richiesta dalla legge 335 che saggiamente parla di equità «semiattuariale» – dovrebbe riguardare in primo luogo i lavoratori autonomi, ai quali dal 1990 si applicò il sistema retributivo dei dipendenti senza che venisse corrispondentemente adeguata la aliquota contributiva (allora al 10% e rimasta modesta fino ad anni recenti), il basso livello storico della quale ha fatto sì che a tutt’oggi siano essi a detenere il 30% delle pensioni integrate al minimo.

Si sorvola, oltre che sulle difficoltà del ricalcolo «attuariale» (quale valore assegnare ai contributi figurativi, con quale affidabilità calcolare i coefficienti di trasformazione per il passato, ecc.), sulla circostanza che i più colpiti, proprio perché meglio protetti dal precedente sistema retributivo (ma per ragioni di contesto storico — legale, economico e sociale – non per l’illegale appropriazione di un «iniquo regalo») sarebbero, oltre agli autonomi, gli ex dipendenti pubblici e coloro che hanno cominciato a lavorare molto presto maturando in età precoce i requisiti per l’anzianità (leggi «classe operaia»), mentre proprio per quelli con alte pensioni potrebbe rivelarsi minore il gap fra quanto si è versato e quanto si è ricevuto (in conseguenza dell’alta crescita nominale del Pil fino agli anni ’90).

Si fa confusione sulle funzioni proprie di un sistema pensionistico, che sono precipuamente «assicurative» (debbono, cioè, assicurare dai rischi di una caduta del proprio tenore di vita in età anziana, quando si cessa di lavorare) e solo secondariamente «redistributive», queste ultime spettando primariamente da un lato alla tassazione, dall’altro ai servizi e alla spesa assistenziale non a caso da finanziare con la fiscalità generale (quando invece la proposta in questione istituisce il reddito minimo per gli ultra55enni a carico dell’assistenza, con ciò ledendo il principio generale e operando una regressione in quella corretta distinzione tra previdenza e assistenza che fin dagli anni ’80 si è voluto con lungimiranza identificare e praticare).

Alla fine, anche mediante l’impropria assimilazione del debito previdenziale al debito pubblico tout court, si giunge a riattivare un ingiustificato clima di allarme sulla tenuta del sistema pensionistico italiano – nell’ultimo ventennio talmente emendato dalle indubbie distorsioni del sistema retributivo, riformato e stabilizzato, da essersi guadagnato i ripetuti riconoscimenti di severe istituzioni internazionali come la Commissione europea e il Fmi – un allarme che sembra alimentato a bella posta per legittimare le condizioni di un nuovo intervento che, a dispetto di tutte le declamazioni contro la «cassa» e in favore dell’«equità», non sarebbe una «riforma» ma un ulteriore, rovinoso «taglio».

Dunque, non ci si può non chiedere se dietro tutta questa disinformazione e confusione non ci siano nodi strategici e slittamenti teorici più di fondo.

Siamo in presenza, infatti, dell’evocazione di una rottura della connessione tra questioni di «eguaglianza» e questioni di «povertà» che storicamente ha contraddistinto la costruzione dei welfare state europei, il rispetto della quale imporrebbe che la redistribuzione egualitaria infragenerazionale avvenisse coinvolgendo nella solidarietà tutti i redditi, non solo quelli pensionistici, mediante un innalzamento della progressività delle imposte e un rafforzamento (non un indebolimento come sta avvenendo per la Tasi) di quelle patrimoniali (molto più progressive).

Per non parlare degli effetti assai più marcatamente egualitari che avrebbe l’imposizione, oltre che di «minimi salariali», di «tetti massimi» alle retribuzioni, in particolare di amministratori apicali e top manager, come suggerisce il grande economista Anthony Atkinson.

Perché il professor Boeri e il governo Renzi – amante del semplicismo del ricorso a bonus di varia natura – non avanzano proposte di tal fatta?

Quanto all’eguaglianza intergenerazionale, la proposta di Boeri mantiene del tutto aperta la vera questione lasciata irrisolta dal processo riformatore degli anni appena trascorsi: le esigue prestazioni pensionistiche destinate in futuro ai giovani di oggi, in conseguenza della drammatica mancanza di lavoro e/o della sua precarietà, frammentazione, intermittenza, per sopperire alle quali bisognerebbe pensare all’istituzione di una «pensione di base», su cui innestare la pensione contributiva, e fare maggiore ricorso a istituti quali la contribuzione figurativa, riscoprendo la logica di equità «semiattuariale» propria della 335, ben diversa da quella strettamente «attuariale» ora invocata.

Il punto è che il presupposto cruciale su cui Boeri basa la sua proposta è l’idea che la battaglia per l’«eguaglianza», entro cui naturalmente ricomprendere anche quella per la «povertà», vada ridimensionata come finalità fondamentale del welfare state, nell’illusione di poter così meglio perseguire il contrasto alla «povertà» in quanto tale.

Ma se si avvalora il ridimensionamento dell’«eguaglianza», diventerà inevitabile costruire un welfare «solo per i poveri» – tipico postulato neoliberista –, spingendo all’opting out i ceti medi, per i quali il connubio contributi elevati/prestazioni ridotte renderebbe conveniente la fuoriuscita dal sistema pubblico verso soluzioni private.

Con ciò la privatizzazione, fin qui cacciata dalla porta con il mantenimento del sistema pensionistico pubblico a ripartizione (modificato solo nel calcolo – ora contributivo – e non nell’ispirazione universalistica), rientrerebbe surrettiziamente dalla finestra.

da http://ilmanifesto.info

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